Ramadàn 1432
Al-Wafàa - n°1
Agosto 2011


Imsakìyyah
di Ramadàn 1432


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RITORNO A GRANADA
ovvero:
LA FORZA DEL DESTINO

Capitolo 1

Gran parte degli eventi narrati sono documentati e storicamente accertati; altri sono il frutto di una libera invenzione, oppure di una ricostruzione un po’ fantasiosa. La storia nasce dall’intreccio di tutti questi elementi.

§ 1 Nei primi anni del XIII secolo miladico l’impero islamico della dinastia degli Amohadi (al-muwàḥḥidūna), che hanno la loro Capitale a Marrakech, da cui dominano su tutto il Maghreb, si estende anche alle regioni meridionali della Spagna, dove, però, la pressione Crociata dei Regni cristiani del nord ne riduce lentamente, ma inesorabilmente, i possedimenti territoriali.

Nel 1212 a Las Navas de Tolosa, avviene la sanguinosa battaglia campale, in cui gli eserciti della coalizione degli stati cristiani, guidati da Alfonso VII di Castiglia, distrugge l’armata almohade. Negli anni successivi alla battaglia, la riconquista crociata dilaga su tutta la Spagna meridionale, favorita, anche, dalle lotte per il potere che si svolgono nell’area islamica, indebolendo sempre più la resistenza all’invasione. 

oOo

Nell’anno 1232 l’emiro Muhàmmad bin Nàṣr della stirpe dei  Beni Aḥmar, governatore, per conto degli Almohadi della città di  Arkhūna, in Andalusia, si rende indipendente, proclamandosene sultano con il nome di Muhàmmad I; conquistata Granada nel 1237 ne fa la capitale del suo dominio nel 1238.

Dopo duecento anni di alterne vicende dinastiche, il sultanato nasride di Granada, ultimo bastione della presenza dell’Islàm nell’Europa occidentale, sottoposto continuamente alla pressione espansionistica dei regni cristiani, impegnati nella reconquista, si avvia fatalmente alla sua fine. Nel 1421 il Papa da Roma  sprona la cristianità spagnola a organizzare la crociata contro Granada.

oOo

Nel 1464 sale al trono sultaniale di Granada il principe nasride Abu-l-Ḥàsan Ali,  ricordato dalla tradizione come Mulày Hàsan. Nel 1469 Ferdinando, re d’Aragona, e Isabella, regina di Castiglia, si sposano e con il loro matrimonio avviene l’unione dei due regni cristiani di cui sono sovrani. L’ evento avrà conseguenze catastrofiche per la presenza islamica in Andalus, rappresentata dal Sultanato nasride di Granata, dove, nonostante il profilarsi minaccioso della Crociata all’orizzonte e il minaccioso spettro dell’aggressione crociata incomba sulle sorti del Sultanato, il principe nasride Muhàmmad az-Zaghal, fratello di Mulày Hasan, gli contende militarmente il trono. Anche il figlio del Sultano, Muhàmmad Abdillàh detto Boabdil, per paura di essere privato della successione,  si ribella al padre. Nel corso della contesa dinastica, nella quale entra in gioco anche il crociato Ferdinando di Aragona, Boabdil viene fatto prigioniero dagli Spagnoli e Mulay Hasan muore di morte naturale. Muhàmmad az-Zaghal viene incoronato sultano in Almeria. A questo punto Ferdinando libera Boabdil, promettendogli la sovranità sull’Andalusia, in cambio di concessioni che lo costringono a essere vassallo dei Re cattolici, e contro il pagamento di un forte tributo annuo. Boabdil accetta, rientra a Granada nel 1486, organizza un’armata e scende in guerra contro lo zio a fianco dei Crociati. Nel 1489  Az-Zaghal è costretto alla resa e Boabdil, che gli Spagnoli chiamano el rey chico, si insedia sultano a Granada, grazie all’accordo con re Ferdinando. Egli è l’undicesimo sultano naṣride sovrano di Granada e porta il nome di Muhàmmad, come il fondatore della dinastia, e ne è, anche, l’ultimo. Quando l’esercito crociato di Ferdinando e Isabella, scesi in campo per sostenere Boabdìl contro lo zio, si impadronisce di Almeria in territorio Andaluso, i due sovrani cristiani ritengono esser giunto il momento politico-militare favorevole, per portare a termine la Crociata nella penisola iberica, realizzando l’impresa auspicata dal Papa di annientare la presenza islamica nell’Europa occidentale. Fatta carta straccia degli accordi stipulati con Boabdil i due “re cattolici” ordinano all’esercito crociato di marciare su Granata e di fermarsi alla periferia della città. Ferdinando, ivi giunto alla testa dell’armata, intima a Boabdil di arrendersi e di aprirgli le porte della città, ma Boabdil rifiuta di aprire la porte della città e di arrendersi, per cui i Crociati si accampano fuori dalla città, che viene posta in stato d’assedio. L’accampamento crociato, fatto di tende e legname, viene distrutto da un incendio, per cui, in previsione di un lungo assedio viene costruito un accantonamento in pietra, che diverrà il borgo di Santa Fé . Boabdil,  persa ogni speranza di ricevere aiuti militari dall’Africa  e vista vana ogni resistenza, entra in trattative per la resa. Le trattative si concludono con un trattato di capitolazione, tra le condizioni del quale c’è l’impegno dal parte dei conquistatori a garantire la libertà di culto per i musulmani che rimarranno in Andalusia, con il diritto di essi alla parità giuridica con i cristiani, al pieno possesso dei beni; inoltre i Sovrani vincitori si impegnano a non imporre tasse speciali nei confronti dei vinti.

Il 2 gennaio dell’anno 1492  Ferdinando e Isabella entrano nell’Alhambra, mentre Boabdil con la corte si avvia verso l’esilio al di là dello stretto di Gibilterra. Quando la comitiva degli esuli giunge sulle pendici del monte Padul sulla via per Gibilterra, il sultano si volta indietro a rimirare, per l’ultima volta la capitale del suo regno perduto. Sulle rive del Vega e del Genil è visibile il campo crociato di Ferdinando e Isabella; il paesaggio è suggestivo; qua e là i cipressi indicano le tombe dei musulmani; a quella vista Abu Abdillàh scoppia in lacrime. La sultana madre, ‛Ā‹išah, che lo accompagna in esilio assieme a tutti i nobili della corte, dice in tono di rimprovero: “Stai piangendo come una femminuccia, un regno che non hai saputo difendere da uomo!”

§ 2 - I Musulmani che ne hanno avuto la possibilità, hanno abbandonato spontaneamente la terra patria, che per circa mille anni è stata terra d’Islàm, da quando nel 711  miladico l’armata di liberazione islamica, guidata dall’emiro Ṭāriq, il cui nome è collegato alla roccia di Calpe sullo stretto che separa la penisola iberica dall’Africa nel toponimo Gibilterra (da Giābal Ṭāriq = il monte di Ṭāriq), era entrata i Spagna, liberandola nel volger di pochi mesi dal dominio visigotico. Dopo la resa, anche le famiglie più importanti di Granada si disperdono in Terra d’Islàm nell’Africa del Nord, dove già hanno trovato rifugio in grande numero i Musulmani di Spagna che, a ondate successive, hanno abbandonato al-Andalus, la patria dei loro antenati, per non soggiacere al dominio dei Crociati di Spagna, che avanzano inarrestabilmente dai Regni cattolici del nord, avendo come poderose alleate la disintegrazione in piccoli regni (los reinos de taifas)  del Califfato omàyyade di al-Andalus, fondato da ‘àbdu r-Raḥmān III nel….. e le lotte fratricide tra i regoli che li governano.  

In Ifriqiah, Tunisi è la più vivace e produttiva delle città del Nordafrica con una notevole parte della popolazione di origine iberica. Gli andalusi, che provengono da una civiltà più raffinata di quella ifriqiana sono all’avanguardia, nei campi dell’architettura, dell’artigianato, dell’orticultura, della medicina, della farmacia, della musica, delle lettere e delle sottigliezze del protocollo diplomatico e di corte.

In terra d’esilio i profughi portano da sempre il ricordo della patria perduta e gli ultimi arrivati il ricordo del Paradiso di Granada, sempre vivo nella loro memoria, di cui gli anziani parlano ai giovani. Ogni giorno nella Moschea al termine di tutti i riti d’adorazione gli sradicati invocano Allàh A perché restituisca al-Andalus all’Islàm. L’Ifriqiyah offre ai profughi le sue frutta, le sue acque, la sua vegetazione, il suo sole, ma per gli sradicati la frutta non è appetitosa, le fontane non sono limpide né rinfrescanti, né il sole merita d’esser contemplato, lontano dalla patria.

§ 3  Nell’area tunisina, all’epoca della caduta di Granada, è già da tempo stanziata, nei pressi delle rovine dell’antica Cartagine, la famiglia dei Beni Sirāǧ, originaria di Granada.

I Beni Sirāǧ  sono gli scampati, miracolosamente, a un drammatico fatto di sangue avvenuto nell’al-Hamrā‹ alcuni anni prima della caduta di Granata nelle mani dei Crociati. La casata, di antica nobiltà guerriera e titolare di una vistosa proprietà terriera, frequentava la corte dei Nasridi, dove era tenuta in alta considerazione e questo suscitava invidia nelle famiglie nobili, ammesse all’ al-Hamrā‹. I membri di una di queste, ben sapendo che la seduzione della moglie del sovrano da parte di un suddito, costituisce un delitto di alto tradimento, punibile con la morte, per perdere i Beni Sirāǧ insinuano calunniosamente nella mente del sultano Boabdil il sospetto che un giovane dei Beni Sirāǧ di nome Muhàmmad bin Hàmed  abbia sedotto la giovane sultana al-Fāhimah.

La reazione del sultano, folle di gelosia, è immediata. Senza nemmeno accertare la veridicità dell’insinuazione, egli convoca i Beni Sirāǧ a palazzo; li fa entrare a uno a uno in una sala, dove gli ignari sventurati, uno dopo l’altro vengono decapitati a tradimento, all’insaputa di quelli che attendono fuori dalla sala il loro turno di venire introdotti in essa per esser messi a morte. Mentre la mattanza è in corso in quella sala del castello, che a causa dell’evento tragico sarà chiamata “la sala degli Abenceragi” ( Abenceragi è la latinizzazione di Beni Sirāǧ ), un servitore, che in passato ha ricevuto favori dai Beni Sirāǧ, vola ad avvertire della carneficina in corso i membri di uno dei rami della nobile famiglia, che sta recandosi a corte, in risposta all’invito del Sultano.

 Questi, sconvolti dalla notizia, rientrano al loro palazzo e con il tesoro di famiglia e la servitù formano un convoglio che rapidamente prende la strada per Guadix in territorio controllato dall’emiro az-Zaghàl, in contesa per il trono con Boabdil e quando lo sterminatore, fatta la conta delle teste mozzate, si rende conto che lo sterminio dei Beni Sirāǧ non è stato completo, quelli di loro scampati all’eccidio sono già in salvo.

Da Guadix, poi, i fuggiaschi scendono ad Almeria, dove, noleggiata una nave presente in porto, prendono il mare diretti in Ifriqiyah.

Sbarcati a Tunisi si insediano tra le rovine di Cartagine, dove serbano il più fedele e commosso ricordo della patria perduta, la terra che era stata teatro della loro gloria e le rive sulle quali tante volte, nelle battaglie per la difesa della patria islamica dall’aggressione crociata, era risuonato il loro grido di guerra: “lā ilāha illāllāh Muhàmmad rasūlu llāh!”

In Ifriqiyah, non potendo brandire la lancia nel deserto, né coprirsi il capo con l’elmo, essi si dedicano allo studio delle virtù medicinali delle erbe, che per gli Arabi è una professione tenuta in alta considerazione, tanto quanto il mestiere delle armi. Questa famiglia discendente di bellicosi guerrieri che un tempo infliggevano ferite, si occupa oggi dell’arte di guarirle.

I nobili Beni Sirāǧ che avevano posseduto palazzi, abitano, ora, dignitosamente, in una grande magione, edificata in mezzo ai ruderi di Cartagine, sulla riva del mare, lontano dal borgo costruito dagli altri profughi ai piedi della montagna del Mamelife.

Ai muri della grande magione sono appesi scudi, con  lo stemma della casata: leone d’oro passante in campo azzurro su fascia d’argento con il frammento dell’àyahcome onagri fuggenti davanti a un leone passante”; lance con drappi di colore argento e azzurro, burnus, casacche di raso con fenditure stanno accanto a scudi di pelle di leone e tra le scimitarre rilucono affilati khanāgir di rappresentanza decorati con pietre preziose; qua e là ci sono guanti di armature, morsi di destrieri, larghe staffe d’argento, lunghe spade, il cui fodero era stato ricamato da principesse, speroni dorati. Sulle tavole, sotto i trofei di una vita gloriosa, sono posati i trofei di una vita pacifica: piante colte, sulle pendici dell’Atlante, nel deserto del Sahara, insieme ad altre che vengono dalla pianura di Granada. Alcune di esse sono efficaci per curare i dolori del corpo, altre per  lenire quelli dell’anima. I Beni Sirāǧ tengono in grande considerazione quelle che hanno il potere di calmare il rimpianto e a dissipare le illusioni e i sempre risorgenti aneliti delusi di felicità.

Negli anni trenta del XVI secolo miladico, il capo-famiglia  dei Beni Sirāǧ si chiama Hāmed ; egli  educa nel ricordo dell’antica gloria della famiglia il figlio Muhàmmad e gli parla degli splendori di Granada, durante i loro viaggi alla ricerca di erbe medicinali nelle montagne di Ifriqiya e nei suoi deserti.

Hāmed  insegna a suo figlio che fattori determinanti della vittoria crociata nell’Andalus, che ha portato alla cacciata dei Musulmani dalla Spagna è stato l’allontanamento dei Musulmani andalusi dal Sublime Corano e dalla Nobile Sunna dell’Apostolo di Allàh, che Allàh lo benedica e l’abbia in gloria e l’essersi lasciati prendere dalla logica del dominio dell’uomo sull’uomo, combattendosi tra loro, dimentichi dell’ordine di Allàh, l’Altissimo: “Tenetevi stretti tutti assieme alla corda di Allàh e non vada ciascuno in direzione del suo interesse personale”. Con il cuore ricolmo di una grande tristezza e di una invincibile nostalgia della patria diletta e perduta, Ḥāmed  insegna al figlio giovinetto queste cose importantissime ai fini della sua formazione islamica.

§ 4 - Muhàmmad ha ventidue anni quando il padre, Hàmed dei Beni Sirāǧ, muore, lasciandolo erede del patrimonio di nobiltà e di gloria della Casata.  Muhàmmad, cresciuto nell’atmosfera nostalgica creata dai racconti paterni e da quelli degli sradicati, sente nel cuore, dopo la morte del padre, un irresistibile bisogno di andare a Granada, la terra degli avi per conoscere di persona i luoghi della loro ascesa e della loro caduta.

Al porto di Tunisi si informa se c’è qualche nave in partenza per la Spagna. C’è ed è diretta a Cartagena. Prima di salire a bordo Muhàmmad, da buon musulmano, invoca Allàh:

O Allàh, grazie a Te io mi sposto. Fa’ sì che in questo viaggio pietà e timore di Te non mi abbandonino e che quello che farò Ti soddisfi. O Allàh, Tu sei Compagno di viaggio e nel contempo Protettore della mia famiglia. Proteggimi nelle difficoltà di questo viaggio, dal trovarmi in situazioni sgradevoli, dall’avere al mio ritorno notizie  dolorose riguardo alla mia famiglia e alle mie cose”.

 Salito a bordo, ammira la nave e ricorda Allàh:

Incondivisa è la divinità di Allàh! E’ Lui che ha messo a nostra disposizione questo mezzo per viaggiare e il nostro viaggio non è che un momento del nostro ritornare verso il nostro Signore” 

Un vento favorevole soffia in poppa alla nave, che rapidamente giunge al porto di destinazione. Muhàmmad sbarca e, presentatosi come un medico diretto alla Sierra Nevada per ricercare delle erbe medicinali, prende subito la strada, che porta a Granada, dopo avere acquistato una mula e assoldato una guida di nome Pancho, anche lui diretto a Granada con due mule, addobbate con campanelli e fiocchetti di lana di vari colori.

Bin Hàmed cavalca sulla sua placida mula dietro Pancho. La piccola comitiva attraversa lentamente la regione dove un tempo i Beni Sirāǧ galoppavano come il vento su focosi destrieri.

La strada  per Granada attraversa le vaste brughiere e i palmizi di quello che era stato il regno di Murcia  e il cuore di Bin Hàmed, al pensiero che quegli alberi dovevano essere stati piantati dai suoi antenati, viene invaso da profonda tristezza.

Lungo il percorso egli ha modo di rimirare una torre di guardia, che risale all’epoca delle guerre imposte all’Islàm dall’espansionismo crociato; più avanti, delle rovine, i cui ruderi di architettura islamica annunciano che si tratta di ciò che resta di un insediamento musulmano e il suo cuore è affranto dalla desolazione, di cui i suoi occhi sono testimoni.

Quando non riesce a reggere la commozione, egli scende dalla sua cavalcatura e, con la scusa di andare a cercare delle erbe, si addentra nelle macerie per dare sfogo alla sua sofferenza; e dopo aver, nascostamente, dato sfogo al suo dolore, Muhàmmad  ritorna al convoglio, che si è fermato per aspettare il suo ritorno, e riprende, pensoso, il viaggio, al suon dei campanelli delle mule e al canto monotono di Pancho. In lontananza un pastore conduce il suo gregge attraverso la pianura gialla e incolta e sulla strada qualche viandante isolato la fa apparire ancora più triste e deserta.

I viaggiatori portano alla cintura una spada, un mantello copre le loro spalle e un cappello a tesa larga copre i loro volti; e quando incontrano Muhàmmad lo salutano signorilmente.

§ 5 – Al tramonto la piccola comitiva si ferma a una locanda, l’insegna della quale è il capestro del Moro.  

Ben Ḥāmed siede in mezzo agli avventori, i quali mostrano rispetto nei suoi confronti, astenendosi dall’importunarlo con una curiosità indiscreta; nessuno gli rivolge la parola, nessuno gli pone domande; il suo abbigliamento, il suo turbante, le sue armi non destano stupore.

Muhàmmad bin Hàmed è consapevole che l’Andalus è caduto nelle mani dei Crociati di Aragona e di Castiglia per volere di Allàh A, come gli ha insegnato suo padre, che Allàh gli usi misericordia; egli è pienamente convinto che i Musulmani di Spagna hanno perduto la loro patria, per essersi allontanati dal Sublime Corano e dalla Nobile Sunna dell’Apostolo di Allàh y. 

Il comportamento tenuto dagli avventori della locanda all’insegna il capestro del moro nei confronti di lui, che viaggia in abbigliamento moresco, gli fa nascere dentro un sentimento di rispetto per quei conquistatori, nei quali egli vede lo strumento di Allàh, l’Altissimo, per punire i Musulmani di Spagna, che hanno disobbedito all’imperativo preciso di Allàh wa ‛tasimū bi-ḥàbli llāhi giamī‛an wa lā tafarraqū (Attenetevi strettamente al Sublime Corano e alla Nobile Sunna dell’Apostolo di Allàh e non disperdetevi).

Passata la notte alla locanda, il giorno dopo, emozioni  fortissime attendono Muhàmmad che sta arrivando alla fine del suo viaggio. All’improvviso, superata Guadix, appare Granada, la meta agognata. 

§ 6 - Granada è costruita su due alti poggi, separati da una valle profonda. Le case situate sui pendii delle colline e nella parte bassa della valle, danno alla città l’aspetto e la forma di una melagrana aperta, da cui è venuto ad essa il nome.

Due fiumi, il Genìl e il Dàrro, dei quali il secondo trasporta pagliuzze d’oro e il primo una sabbia d’argento, bagnano i piedi delle colline, si riuniscono e vanno poi serpeggiando per una amena pianura chiamata la Vega.

Questa pianura, che si affaccia verso Granada è coperta di vigne, di melograni, di fichi, di gelsi e di aranceti; tutto intorno stanno monti, di una forma e di una tinta indescrivibili.

Un cielo incantato, un’aria eccezionalmente pura mettono nell’anima una sorta di languore, che non può fare a meno di sentire anche chi è solo di passaggio.

Quando Muhàmmad bin Hàmed bin Sirāǧ vede apparire i tetti dei primi edifici di Granada, il cuore incomincia a battergli così forte che è costretto a fermare la mula; le braccia incrociate sul petto, egli rimane  immobile, con gli occhi fissi alla città.

Anche Pancho si ferma e guardando Muhàmmad intuisce che la commozione del viaggiatore è causata dalla vista della sua antica patria; anche lui si commuove.

Muhàmmad esce dal suo stato di stupore e chiede a Pancho: “Che sono quelle torri che brillano come stelle su una verde foresta?” Pancho risponde: “ E’ l’Al-Hàmbra”. E quel castello sull’altra collina?  E’ il Generalife! Più in là potete vedere l’Albaicin e più vicino a noi le Torri Vermiglie “. Ogni parola della guida trafigge il cuore di Muhàmmad bin Hàmed, il quale amaramente considera quanto sia umiliante dovere ricorrere a uno straniero per imparare a conoscere i monumenti costruiti dai propri padri. Pancho mette fine alle riflessioni di Muhàmmad: “Andiamo avanti, mio signore! E’ Alà che l’ha voluto!” Muhàmmad  esclama “ Maktùb!” e nel dir ciò dà di sprone alla mula.

La comitiva scende verso Granada; passa accanto al vecchio frassino, celebre per il duello che si svolse sotto le sue fronde, al tempo dell’ultimo re di Granada, tra Musāā e il gran maestro dell’ordine di Calatrava; Bin Hàmed e Pancho percorrono la passeggiata Alameida e entrano in città dalla porta che si apre sulla strada che proviene da Elvira, salgono le Ramblas e giungono in una piazza, circondata da edifici moreschi, nella quale c’è un Fondaco detto il Fondaco dei Mori così denominato perché in esso prendono alloggio i mercanti africani, che il commercio della seta attira a Granada ed è lì che la guida conduce Muhàmmad.

§ 7 - Dopo essersi sistemato in una stanza del Fondaco dei Mori e aver eseguito il rito d’adorazione del tramonto e quello della notte accorciato, unito a quello del tramonto, orientatosi verso la Mecca, la cui direzione è indicata da un segno sul pavimento per i frequentatori musulmani, Muhàmmad  estrae dal suo bagaglio un Mùṣḥaf  e rivolto verso la qiblah si mette a recitare il Sublime Corano per sedare l’emozione profonda che l’essere nella Città dei suoi avi gli dà.

La recitazione del Sublime Corano lo rasserena e, chiuso il Libro, Muhàmmad è spinto da una forza misteriosa a uscire dal Fondaco dei Mori nel bel mezzo della notte. Egli girovaga per le strade deserte di Granada, sforzandosi di riconoscere alla luce delle lampade notturne qualcuno dei monumenti, di cui ha sentito parlare da suo padre e, nel suo andare alla cieca per vicoli e strade deserte, si trova all’improvviso di fronte a un edificio dalle alte mura in una piazza solitaria, nella quale regna un profondo silenzio. Muhàmmad ha un tuffo al cuore. Alla luce del lampione egli riconosce dall’architettura corrispondente al racconto del nonno il palazzo dei Beni Sirāǧ. Egli pensa:  “Sotto i tetti di questo palazzo, dove un tempo dormirono i miei gloriosi antenati, oggi dormono degli Spagnoli usurpatori, mentre io qui, sconosciuto, solitario e inosservato sono insonne davanti alla porta del palazzo dei miei Avi.”

Mentre Muhàmmad bin Hàmed è fermo davanti al Palazzo degli Avi, e nella sua mente a questo pensiero seguono riflessioni sul destino degli uomini, sulle vicissitudini della fortuna, sulla caduta degli imperi e, di nuovo, su questa Città, sorpresa dai nemici addormentata sui suoi piaceri, le cui ghirlande di fiori si erano all’improvviso trasformate in catene, a oriente l’orizzonte si rischiara nell’alba.

L’ora del rito d’adorazione è giunta, ma non si ode la voce del muezzin che chiama i fedeli alla moschea; solamente il canto di un gallo, in lontananza, proclama il ritorno di un nuovo giorno e Muhàmmad si sente a disagio, rendendosi conto di essersi allontanato molto dal Fondaco dei Mori e di trovarsi in un quartiere isolato della Città.

Nessun rumore turba il silenzio delle strade, porte e finestre sono chiuse; all’improvviso i rintocchi di una campana, che chiama alla preghiera mattutina, si diffondono nell’aria tersa dal campanile della chiesa di un monastero, che si trova nelle vicinanze.

Una fontana pubblica gli dà l’acqua per l’abluzione ed egli, disteso per terra il suo mantello, rivolto in direzione tra l’oriente, indicato dalle luci dell’alba, e il sud esegue le due rak’ah del rito d’adorazione dell’alba e  invoca la protezione di Allàh.

§ 8 - Non appena terminata l’invocazione con le mani rivolte al cielo egli ode il rumore caratteristico di una porta che si apre e, voltosi in direzione del rumore, vede, nel chiarore avanzato dell’alba, uscire dalla porta del palazzo degli Avi una giovane donna, avvolta in un ampio mantello, con il capo coperto da una  mantiglia nera, tenuta chiusa e incrociata sotto il mento, in modo tale che del suo viso non rimangono scoperti che i grandi occhi e la bocca; una donna robusta, avvolta in un ampio mantello, probabilmente la governante, accompagna la fanciulla; un paggio, davanti a lei porta un messale, e due valletti in livrea seguono la bella sconosciuta.

L’incontro è inevitabile. La fanciulla si ferma sorpresa per la presenza a quell’ora e davanti al palazzo della sua casata di un giovane, nel quale, dalla foggia dell’abbigliamento, dal turbante e dalla scimitarra che porta al fianco, riconosce uno straniero di religione islamica.

Passato il primo stupore ella fa cenno a Muhàmmad di avvicinarsi, con la disinvoltura caratteristica delle donne occidentali, e quando Muhàmmad le è vicino, dopo aver detto in castigliano: “O Moro, sembrate giunto da poco a Granada!” chiede: “ Vi siete forse smarrito?” Muhàmmad, che conosce la lingua del nemico secolare, incantato dai meravigliosi occhi di colore azzurro e dalla bocca color vermiglio della bella sconosciuta, risponde in castigliano: “ O Sultana dei fiori, è così, come dite! Straniero in questa città, mi sono perso tra i suoi palazzi e non riesco a trovare il Fondaco dei Mori, dove alloggio”.

L’affascinante Spagnola dagli occhi azzurri e dalla bocca color vermiglio sorride, turbata, al complimento galante dello sconosciuto straniero in abbigliamento moresco e dice: “Seguitemi, o nobile cavaliere, vi faccio strada al Fondaco dei Mori”. Ciò detto ella s’incammina con leggerezza davanti a Muhàmmad e lo conduce fino alla vista del fondaco dei Mori, poi, quasi come stesse fuggendo, rapidamente svolta dietro un palazzo e sparisce con i suoi accompagnatori.

Fine del primo capitolo

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