Dhu-l-qà’da  1432
Al-Wafàa - n°2
Ottobre 2011


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Il Pellegrinaggio
alla Mecca

(Quaderni Islamici n.°23)

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Il Cristo,
chi è veramente ?

(Quaderni Islamici n.°83)

Damasco Omayyade

Ecco Damasco al tempo al tempo della sua liberazione dal dominio bizantino da parte dei Musulmani.

(Quaderno islamico n. 66 Gli Omayyadi )

 

La città, posta in uno dei luoghi più belli dell’Asia anteriore, cinta da campagne e da giardini fiorenti, ai quali dava vita e splendore il Barada, il fiume che gli antichi, per le sue belle correnti avevano chiamato Crisorroe (cioè dalle correnti d’oro), già ambito possesso dei re di Giuda, d’Assiria, di Persia, di Alessandro Magno, degli Imperatori di Roma, detta “La bellissima” dagli scrittori bizantini, era, allora, non solo fiorente di ricchezza, di commerci e di traffici, ma partecipando alla cultura greco-siriaca, era sede cospicua e celebrata di nobili studi.

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I Siriani coltivavano allora con ardore gli studi greci, erano maestri del sapere e vantavano già una ricca letteratura, con preponderante carattere cristiano e teologico, perciò, quando vi entrarono, i Musulmani, per la fama che ne suonava all’intorno, vi si tennero con riguardoso rispetto. Non vietarono ai Cristiani di attendere ai loro studi e di esercitare il loro culto; anzi, cosa degna di nota nella stranezza sua, la celebre chiesa di Giovanni Battista fu spartita con i cristiani, cosicché contemporaneamente si potevano udire da una parte le salmodie in siriano della liturgia cristiana e dall’altra i versetti in arabo del Corano.

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La Città, in breve tempo e rapidamente assai, cambiò carattere e si fece musulmana, non solo nella religione, ma anche in tutta quanta la vita e il costume. Fattasi in un momento il punto di mezzo di un grande impero, la città, alla quale, da tutti i luoghi, erano rivolti gli occhi e l’animo di tanti credenti, subì un rapido e improvviso mutamento; né il mutamento poteva essere che tale. Damasco era posta su una delle più frequentate vie commerciali tra Oriente e Occidente, per cui vi venivano da tutte le parti, accanto agli ufficiali pubblici, agli emiri, ai governatori, ai soldati, accanto ai dottori della fede, ai teologi, agli studiosi, tutti i mercanti, che portavano i prodotti dell’arte e della natura dall’India e dalla Cina, dall’Egitto, dall’Arabia e dall’Etiopia, dal Turkestan, dall’Armenia, dalla Mesopotamia e dalla Persia e ne ricevevano incremento, oltre alla popolazione che aumentava di numero tuttodì, la ricchezza comune e il fasto, in modo degno d’una grande metropoli.

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Mu’àwiyah fece edificare un suntuoso palazzo, che poi fu chiamato al-khadrā‹ (la verde magione, forse per gli ornamenti in verde, o per i marmi di verde antico, che la abbellivano. A essa i Califfi di lui successori  aggiunsero altre parti. Circondarono il palazzo di giardini, l’abbellirono di terrazzi, di balconi, di piccole torri, di cupole, bellamente spiccanti da lungi tra il folto degli alberi, sì che gli scrittori orientali ne dicono meraviglie. Nei giardini, poi, fu spiegata una magnificenza regale. Le acque del Barada, già fatte giungere in Damasco da antichi acquedotti, furono artificiosamente condotte ad innaffiarvi piante rare, a zampillare limpide e fresche nei bacini e nei laghetti artificiali, a rinfrescare le sale del palazzo incantato. E, attorno, dovunque, tulipani e rose, narcisi e anemoni e viole e, disposti in gruppi artificiosi, platani e pioppi, fichi e olivi, peschi, albicocchi e susini e pergolati di viti e d’altre piante rampicanti. Celebri poi sono le susine di Damasco, venute in Occidente, appunto, con il nome di “susine damaschine”.

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La grande città, in quel tempo del suo maggior splendore, poteva ben giustificare le parole del poeta al-Farazdāq :
Tanto essa è magnifica e bella, che solamente i Ginn potevano averla fabbricata”.


E le accrescevano splendore le cerimonie religiose e le solenni udienze date dal Califfo, il quale, cinque volte al giorno, si recava alla moschea, per presiedervi la pubblica preghiera e, nel giorno di venerdì di ogni settimana, soleva recarvisi vestito di bianco, con un casco acuminato in capo, col suggello e la verga ricurva e salire sulla cattedra e predicare ai fedeli radunati. La moschea scintillava di cento lampade d’oro, in alto, sospese sul capo dei supplicanti e ne riverberava la luce dalle pareti coperte di mosaici dorati.

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Nei giorni d’udienza, quando sedeva come Giudice, il Califfo era assiso sul trono, nell’ampia sala splendente d’oro e di marmi preziosi, circondato dagli alti dignitari dell’impero. Definiva liti e questioni di privati, s’intratteneva con ufficiali pubblici, ascoltava ambasciatori, rendeva risposta ai loro messaggi, ne riceveva e ne ricambiava magnificamente i doni. E la vita nella corte e nelle case private era lieta, perché la rallegravano e giuochi e musica e vino, tutte cose che spiacquero fortemente da principio ai troppo rigidi Musulmani, ma che poi ebbero il sopravvento.

 

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Il Gran Signore, la sera, era sollevato dalle gravi cure dello Stato dal giuoco degli scacchi  e con esso dai racconti del vecchio tempo della giahilìyyah, specialmente dell’Arabia di mezzo e della meridionale, ricchissima di memorie intorno agli antichi e favolosi re di Himyar e di Saba e alla loro potenza. Piacevano anche i combattimenti dei galli e se ne allestivano di frequente; erano pure predilette le gare e le sfide al gioco del pallone, le cacce e le gare alla corsa dei cavalli.

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