Dhu-l-qŕ’da  1432
Al-Wafŕa - n°2
Ottobre 2011


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Il Pellegrinaggio
alla Mecca

(Quaderni Islamici n.°23)

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Novitŕ editoriali:


Il Cristo,
chi č veramente ?

(Quaderni Islamici n.°83)

RITORNO A GRANADA

CAPITOLO DUE

 

Colpo di fulmine. All’improvviso, non č piů soltanto la patria a occupare la mente di Muhŕmmad e Granada, tutto a un tratto, ha smesso di essere deserta, abbandonata, solitaria; le sue rovine sono abbellite da un nuovo sentimento e al ricordo degli avi si mescola l’emozione magica d’un sentimento fino ad allora mai provato.

 

 Il motivo che aveva spinto Muhŕmmad a partire da Tunisi alla volta di Granada era stata la visita al cimitero, dove riposano gli avi; quando vi giunge egli racconta loro le vicissitudini della famiglia e li informa delle non ancora definitivamente perdute speranze di un ritorno a Granada, nonostante l’ormai gigantesca potenza dell’Impero di Carlo V, sui territori del quale non tramonta mai il sole. Ora,  perň, dopo l’incontro con l’avvenente e gentile giovinetta spagnola, un motivo di restare si aggiunge al precedente.

 

Mentre percorre le rive del Darro e del Geněl alla ricerca delle erbe officinali nelle prime ore del mattino, dopo essersi orientato verso la Mecca ai primi chiarori dell’alba, per il rito dell’adorazione dell’alba, il suo cuore si orienta verso il viso della sconosciuta e affascinante fanciulla cristiana. Egli desidera incontrarla di nuovo e  con questo desiderio egli percorre le vie di Granada alla ricerca dei luoghi in cui avvenne l’incontro fatale, decretato da Allŕh.

 

Egli, nel suo peregrinare, spesso crede di riconoscere il rintocco della campana e il canto del gallo, uditi in quell’alba indimenticabile. Ogni ricerca, perň, č vana. Spesso l’abito tipico delle donne di Granada, visto da lontano, gli procura un istante di speranza, ma da vicino nessuna di esse possiede il fascino e la grazia della sconosciuta, incontrata tra il rintocco della campana e il canto del gallo.

 

Nonostante le ripetute delusioni, c’č in lui una forza misteriosa, che gli impedisce di rinunciare alla ricerca. Egli chiede ad Allŕh di dargli un segno, che indichi, per il suo bene in questa vita e per il suo bene nella sua vita futura, la via da scegliere tra il continuare la ricerca e il lasciarla perdere. E attende una risposta.

 

Un giorno, decide di andare a raccogliere erbe medicinali nella valle del Darro. Il pendio, esposto a mezzogiorno, sostiene con i suoi prati fioriti le mura dell’Alhambra e i giardini del Generalife. La collina a nord č abbellita dall’Albaicin, da orti ridenti e da grotte abitate da una numerosa popolazione. All’estremitŕ occidentale della valle si vedono i recenti campanili di Granada, stagliarsi in gruppo al di sopra delle querce e dei cipressi. All’altra estremitŕ, verso oriente  l’occhio incontra conventi sulla cima di rupi, eremi, rovine dell’antica cittŕ romana e piů in lontananza le bianche cime della Sierra Nevada. Il Darro scorre nel mezzo della valle, mostrando lungo le sue rive mulini, cascate, archi diroccati dei ruderi di un acquedotto romano, i resti di un ponte dei tempi della gloria dell’Islŕm in Andalus.

 

Egli cammina lungo le rive del fiume; senza avvedersene si avvia in un viale alberato, che sale sul colle dell’Albaicin e all’improvviso, mentre passa nei pressi di una magione, circondata da un boschetto di aranci, ode una voce, accompagnata dal suono di una chitarra. Il cuore gli si salta in gola! E’ la voce della bella sconosciuta. Muhŕmmad si avvicina alla siepe e ascolta le parole della canzone; il suo cuore batte ancora piů forte: le parole sono quelle di una romanza casigliana, che evoca  la storia tragica dei Beni Sirāg, al tempo del loro fulgore.

 

Muhŕmmad entra d’impeto nel giardino. Ecco il segno! Nel giardino c’č la bella sconosciuta. Al-hŕmdu lillŕh esclama Muhŕmmad, wa lā ilāha illallāh wa llāhu ŕkbar wa la hŕula wa lā quwwata illā billāh! Egli non crede ai suoi occhi.  Un disegno misterioso lo ha condotto all’evento da lui tanto desiderato, e per il verificarsi del quale aveva intensamente pregato Allŕh: Allahůmma, la-Ka l-hŕmdu wa la-Ka š-šůkr!  O Allŕh, a Te č dovuta la lode e a Te il ringraziamento!

 

Anche la fanciulla č colta di sorpresa da quella inaspettata apparizione del giovane Musulmano. Attorno a lei ci sono sue coetanee, le quali spaventate lanciano alte grida. “Non abbiate paura! E’ il nobile Moro, di cui vi ho parlato.” Muhŕmmad si avvicina e dice: “O Sultana dei fiori, ti ho cercato come l’Arabo cerca l’acqua nella calura del mezzogiorno. Ho tanto pregato Allŕh, affinché mi concedesse di incontrarti nuovamente.. Ho udito la tua voce, accompagnata dal suono della chitarra… ti ho udito cantare gli eroi della mia patria diletta e perduta e non ho potuto resistere all’impulso di irrompere nel tuo giardino". "In veritŕ, dice la fanciulla, anche io ho pensato a voi in questi giorni e stavo pensando a voi, cantando la romanza dei Beni Sirāg”.

 

Mentre tra Muhŕmmad e la bella sconosciuta si svolge questo scambio di battute, compare, richiamato dalle grida, un uomo dall’aspetto militaresco, un aspetto da cui si sprigiona l’attitudine al comando di un combattente sopravvissuto a mille battaglie. A lui si rivolge la bella fanciulla, di cui Muhŕmmad ancora non conosce il nome e che a sua volta non sa chi sia Muhŕmmad. “Signor padre, questo č il cavaliere Moro, di cui vi ho parlato; passava, per caso o per destino, da queste parti, e, udita la mia  voce,  č entrato in giardino, per ringraziarmi di averlo accompagnato al Fondaco dei Mori, quando aveva perso la strada!”. E’ la festa di compleanno della fanciulla e il padre di lei invita Muhŕmmad a prendervi parte. Ordina, poi, che vengano portati dei cuscini, su cui Muhŕmmad possa accomodarsi alla maniera moresca. Il Padre della fanciulla dice: “E’ giunto il momento delle presentazioni: io sono Rodrigo de Bivar …” e la fanciulla: “Questo č il mio signor padre, don Rodrigo de Bivŕr duca di Santa Fé!” “Onorato di fare la vostra conoscenza!” dice Muhŕmmad “io sono e mi chiamo Muhŕmmad bin Hāmed bin Sirāg e vengo da Tunisi alla ricerca di erbe medicinali sulla Sierra Nevada!” “E questa č mia figlia, Blanca, Dońa Blanca de Bivar y Xeres!” E Muhŕmmad “Encantado!” Dopo le presentazioni  numerosi servitori fanno la loro apparizione portando dolci e bevande e durante il refresco  il padre di Blanca racconta la storia della sua casata.

 

“La nostra casata discende dal Cid Campeador di Bivar e da Jimena, la figlia del conte Gomez di Gormaz. Per l’ingratitudine della corte di Castiglia i discendenti del Cid vennero emarginati al punto che si pensň che la sua  discendenza si fosse estinta, ma… ma mio padre, il nonno di Blanca, si mise talmente in luce per il suo valore militare nelle ultime vicende della reconquista, che re Ferdinando, dopo la capitolazione di Granada, gli donň i beni immobili di diverse famiglie di Mori andate in esilio e lo fece duca di Santa Fé con diritto ereditario. Questa fanciulla č tutta la mia vita, dopo la morte di sua madre, Donna Teresa di Xeres. Ho un altro figlio, don Carlos, il quale  č sempre in giro per il mondo in cerca di gloria. E’ stato in Messico con Cortez, poi alla battaglia di Pavia, dove il re di Francia, Francesco primo perse tutto, fuorché l’onore. Dopo quella battaglia, perň don Carlos, entrato in crisi spirituale, si č affiliato all’ordine cavalleresco di Calatrava, rinunciando al matrimonio e destinando tutto il patrimonio a lui spettante a sua sorella, la mia adorata duchessina di Santa Fe’!”

 

Muhŕmmad dopo aver ascoltato il racconto del duca, risponde in lingua romanica di Castiglia alle domande che gli vengono poste sul suo paese e le sue avventure. Il linguaggio romanico di Castiglia l’aveva appreso a Tunisi, insieme all’arabo; e  lo aveva imparato talmente bene che lo si  sarebbe preso per uno spagnolo romanico. Alla fine della sera tutti tornano a Granata  e nel lasciare Muhŕmmad al Fondaco dei Mori, don Rodrigo, favorevolmente impressionato da lui, gli chiede di venire in visita al palazzo ducale dei Santa Fe’, per continuare  i suoi avvincenti racconti dell’Oriente misterioso.  Muhŕmmad č felice.

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