Rabì I°  1433
Al-Wafàa - n°5
Gennaio 2012

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 Muhàmmad*
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 Quaderni Islamici n.°53


Lucera
saracenorum

Federico II (secondo) di Svevia, imperatore del Sacro Romano Impero della Nazione germanica e re di Sicilia, ha ben visto l’incerto carattere della devozione delle sue truppe cristiane, per cui, egli, dopo avere trapiantato dalla Sicilia a Lucera, nelle Puglie, i Musulmani di Sicilia scampati ai suoi massacri, li circonda di privilegi, fidelizzandoli a sé, al fine di poter reclutare nella comunità musulmana una guardia personale (potremmo dire una guardia pretoriana), che, essendo musulmana, è inattaccabile dal Papa, che, attraverso l’arma della scomunica si fa sovrano dei sovrani: imperatori e re.

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Federico fidelizza a sé i Musulmani da lui deportati a Lucera, assicurando loro da una parte che non porrà mai le sue mani nella loro religione e, dall’altra, facendo loro capire che tutte le città dei territori circostanti a Lucera sono ostili alla loro presenza, anche se non la esternano per obbedienza a lui, l’Imperatore.

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Infatti egli sceglie come luogo di insediamento dei deportati dalla Sicilia una rupe che si trova nel cuore della Capitanata, nella parte settentrionale delle Puglie, sotto la penisola del Gargano.

 


Cartina

 

 

Dalla rocca di Lucera, infatti, dovunque volgano gli occhi i Musulmani (detti Saraceni) non possono vedere altro, che bastioni turriti di città cristiane e perciò ostili alla loro presenza per effetto della martellante demonizzazione ecclesiastica dell’Islàm, che li presenta come una setta di adoratori del falso profeta Macone, incarnazione del Diavolo, che ha mutilato la santissima trinità del Figlio e dello Spirito Santo. Se avessero voluto fuggire sarebbero stati presi prima di raggiungere il mare.

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Ma perché, una volta superata la prima nostalgia, avrebbero dovuto tentare di tornare via mare in Sicilia, nella loro nativa Wilàyah di Mazara, tutta boscosa di aloe e di fichi d’india, con i suoi templi in rovina sugli alti poggi, le “case degli idoli” (buyùtu-l-aṣnām) come essi li chiamavano? Non hanno forse nell’antica cittadella assegnata loro dall’Imperatore, le loro moschee, i loro giudici, le loro leggi, i loro costumi, la loro lingua?

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Più tardi, essendosi moltiplicati, straripano sulla città stessa. Dapprima sono un po’ fuori, come appartati sulla fortezza. Quando Carlo d’Angiò entra vincitore, rispetta la città. Del Castello, che egli e i suoi successori attaccarono a più riprese, quei terribili soldati e il tempo distruttore più di loro hanno finito per non lasciare più di una muraglia.

 

 

Racconta il viaggiatore ottocentesco:

 

Per raggiungere la città bisogna subire un quarto d’ora di una vettura primitiva, al trotto di un cavallo i cui piedi, più o meno sicuri, scivolano di quando in quando sui rovinosi pendii. Si arriva così a un pianoro, dove l’unica costruzione ancora in piedi, oltre il castello, è un convento semideserto. Lo curano due frati che hanno un volto tanto selvaggio che in altri tempi il temibile cardinal Ruffo, che conduceva per queste contrade una guerra pia quanto feroce, li avrebbe certamente arruolati.

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In questa solitudine la vecchia cinta saracena sembra ancor più formidabile. E’ costrutta in pietra rossa e il piano delle fondamenta si può argomentare dal suo smisurato sviluppo. Le mura si stendono su una circonferenza di quasi un chilometro e seguono in modo esattissimo gli scoscendimenti della roccia, disegnando così una Lucera a fianco dell’altra.

 

 

 

La parola fortezza non è proprio esatta, questa è una vera città, costruita fuori dalla città. Di tanto in tanto si alzano torri quadrate, formanti come bastioni isolati, che bisognava prendere a uno a uno come tante piccole piazzeforti. Torri robuste giganteggiano agli angoli, rotonde, rifugi preparati per una resistenza suprema. Una profondissima fossa è stata scavata dalla parte che guarda la città. La porta che si affaccia a est è posta in modo abilissimo sotto la torre stessa e in angolo tanto rientrante che ogni sorpresa era manifestamente impossibile.

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Infatti, questa formidabile difesa ebbe ragione sui più formidabili attacchi. E il luogo non fu mai conquistato se non per fame: senza cannoni era invincibile. I resti di quella torre, dell’enorme costruzione quadrata, che dava la maggior sicurezza,dominando la porta, si vedono ancora. Sono anche le uniche costruzioni che rimangono. Tutti gli altri bastioni e le torri rotonde si alzano come scenari di teatro. E’ una linea estrema dietro la quale non c’è più nulla, neppure una rovina.

 

 

E’ stupefacente il contrasto tra il notevole stato di conservazione della cinta grande e la sinistra nudità dello spazio racchiuso. Varcata la porta, ci si trova in un immenso e malinconico piano erboso, dove l’ineguaglianza del terreno, gibboso, qua e là, non permette neppure di immaginare quale costruzione sorgesse qui. O, piuttosto, quali costruzioni, giacché questa cinta racchiudeva un intero popolo, distribuito in famiglie indipendenti. Il luogo è propizio per piccole case costruite alla maniera araba, per vie strette e sinuose e infine per l’apparato d’una specie di acropoli bellica.

 

 

La Lucera Saracenorum aveva qui il cuore, nel chiuso di queste mura. Qui, uccisi i loro principi, gli infelici Saraceni furono assediati dal re d’Angiò, fino a quell’ultimo assalto narrato con sì terribile tranquillità da un altro cronista, Saba Malaspina. “Molti degli assediati uscivano per raccogliere erba, di cui si nutrivano come bestie. Capitava che per l’eccesso della debolezza non potevano neppure più alzarsi da terra.

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I Francesi li uccidevano, tenendo i più validi per venderli schiavi. Qualche volta, per una curiosità crudele, si squarciava loro il ventre, che veniva trovato pieno d’erba. Particolare atroce che spiega meglio di qualsiasi commento come il grande poeta del medioevo italiano, Dante Alighieri, abbia potuto tanto facilmente inventare nel suo Inferno la ferocità dei supplizi. I racconti del tempo glieli hanno forniti quasi tutti.

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I Musulmani preferirono, pertanto, le spaventose sofferenze di quell’assedio senza speranza al rinnegare la loro fede religiosa. Bisognò sterminarli per avere ragione di una devozione, che finisce col dare a questa presenza musulmana in Italia un carattere di romanzesca poesia.

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La melanconia del paesaggio, la nuda solitudine di questo recinto, la linea guerresca delle mura rimaste intatte, tutto infine in questa rovina raramente visitata s’accorda con quelle memorie.

 

Molto dopo essere discesi dalla collina ci si rivolge per rivedere il baluardo che domina ancora il piano. Si immaginano sul cielo azzurro, tra i merli delle rosse mura, neri volti di mori, quali ce li rappresentano i vecchi affreschi. I turbanti chiari, abiti verdi, scimitarre nere, armature damascate d’oro.

 


Ceramica saracena dell'epoca.
Lucera
Museo civico Fiorelli

 

Le cupole delle bianche moschee torreggiavano sopra quelle mura e la città senza croci in piena Puglia a poche giornate da Roma, appariva ai Cristiani del tempo come una visione d’inferno. Il papa Innocenzo IV diceva di “non poterla pensare senza avere la sensazione di avere una spina fitta nell’occhio della Chiesa”.

 

Brano (ampliato e corretto) tratto dal racconto del viaggio in Italia di un turista francese dell’800.

 

 

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