Spunti di riflessione
per chi va in cerca della verità
1

Dionisio di Corinto, vescovo del II secolo dopo Cristo, scrive in una sua lettera:

“Ho scritto lettere dietro richiesta dei fratelli e
i discepoli del Diavolo
le hanno riempite di zizzanie, togliendo molte cose e aggiungendone altre. Dato che certuni hanno osato alterare anche gli scritti sacri del Signore, non c’è da meravigliarsi se hanno manipolato scritti meno importanti”.

Sembra che Dionisio si lamenti di manipolazioni di suoi scritti e non si meraviglia che quelli che lui chiama “discepoli del Diavolo” abbiano manipolato i suoi, dato che HANNO OSATO ALTERARE ANCHE GLI SCRITTI SACRI DEL SIGNORE.

Le sue parole mostrano che nel suo tempo alcuni osarono alterare anche gli scritti sacri, cioè i Testi vetero-  e neo-testamentari.

Tertulliano scrive che “Marcione usò apertamente il coltello, non la penna, dato che fece un tale taglio delle Scritture, da adattarle ai suoi argomenti. Egli ha cancellato tutto quello che andava contro la sua opinione”.

In casi più seri, anche per sostenere l’insegnamento di una falsità.

Un esempio.
In Timoteo, 3/16, si legge:
“Dio si manifestò nella carne”.
Nella lingua greca la parola Dio è Theos
(da cui deriva la parola teo-logia…)
e si scrive: theta-eta-omikron-sigma:

stenografato in:

 

(la stenografia è presente nei manoscritti greci e latini)
Come si vede, la lettera theta è una O con un trattino orizzontale nel mezzo.

Nell’alfabeto greco le lettere che compongono il pronome relativo maschile singolare,
colui il quale, sono omikron e sigma :

E’ risultato da un attento esame al microscopio che la frase originale nel testo del documento scritto fosse: “Colui che è stato manifestato nella carne” e la lineetta che trasforma l’omikron in theta, sia stata aggiunta da una mano molto più tarda rispetto al documento scritto, in cui la frase si trova, trasformando

(colui che) in  cioè: (dio),

per cui il testo si trasforma in: “Dio, che è stato manifestato nella carne” (I Timoteo 3:16).

2

Date a Cesare
cio’ che è di Cesare
e a Dio ciò che è di Dio

È storia facilmente verificabile che ROMA quando si insignoriva di una regione, lasciava alle popolazioni sottomesse loro pratiche di vita le loro idee  religiose, i loro culti e trasportavano gli dei delle stesse nel Pantheon (dal greco significa tutti gli Dei). La stessa cosa Roma fece con gli Ebrei, quando si appropriò della Palestina  ed è altresì assai noto che i Figli della Casa di Israele (le pecore smarrite dei quali, il Cristo era stato suscitato in mezzo a loro per salvarle) avevano una tradizione religiosa an-ikonica (dal greco an= non + ikon = immagine) per cui erano bandite immagini antropomorfe e zoomorfe, veicolo di idolatria.

Ciò significa che il Cristo non proferì mai la frase che gli viene attribuita, poiché nella Palestina occupata dai Romani non circolavano monete con effige di Cesare.

Dal vangelo secondo  Marco (12 – 13) “Dissero: “Maestro, noi sappiamo che sei sincero e non hai riguardo a nessuno; poiché tu non guardi in faccia gli uomini, ma insegni la via di Dio secondo verità. E’ lecito pagare il tributo a Cesare, o no? Dobbiamo pagarlo, o non pagarlo”. Egli, conosciuta la loro malizia, disse: “Perché mi mettete alla prova? Portatemi un denaro, che lo veda”. Essi glielo presentarono. Egli domandò: “Di chi è questa effige e l’iscrizione?”. Gli dissero: “Di Cesare!”. Allora Gesù rispose. “Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”.

Trattasi, quindi, di un testo aggiunto, dato che nella Palestina occupata dai Romani le monete non portavano iconografia antropomorfica, come l’effige di Cesare. Allàh è il meglio informato in proposito.


Moneta ebraica aniconica


Moneta dell'Imperatore Tiberio

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